Fonte: Fortune Business Insights
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Che cos’è il «clean label»? Definizione e ambito di applicazione
Il termine clean label è nato negli anni 2000 nel Regno Unito, spinto dalla pressione esercitata dai distributori e dalle ONG sulla trasparenza delle ricette industriali. Letteralmente, un “clean label” indica un prodotto i cui ingredienti sono semplici, naturali e facilmente riconoscibili dal consumatore. In pratica, ciò si traduce in elenchi di ingredienti brevi, nell’eliminazione di additivi artificiali, coloranti sintetici e aromi di sintesi, nonché nell’assenza dei controversi “codici E”.
È importante sottolineare che non esiste una definizione normativa ufficiale del “clean label” a livello europeo. Infatti, il termine non è disciplinato dalla normativa, il che spiega sia il suo successo di marketing sia le derive di “cleanwashing” che può generare. Inoltre, applicazioni come Yuka o Open Food Facts hanno reso popolare la lettura delle etichette tra il grande pubblico, il che ha notevolmente accelerato la pressione sui produttori.
📌 Definizione operativa: Nella pratica industriale, il «clean label» comprende tre aspetti: un elenco di ingredienti ridotto (sia in numero che in complessità), l’utilizzo di ingredienti «da cucina» riconoscibili anche da un non esperto e l’assenza di additivi controversi, indipendentemente dalla loro origine. Non si tratta di una certificazione, ma di una promessa.
Clean label, naturale e biologico: quali differenze?
Questi tre concetti vengono spesso confusi, ma si riferiscono a realtà distinte. Il biologico è una certificazione regolamentata (Agricoltura Biologica, AB) che riguarda il metodo di produzione. Il naturale è un’indicazione non regolamentata in Europa. Il clean label si concentra sulla trasparenza e sulla leggibilità dell’etichetta, indipendentemente dal metodo di produzione. Un prodotto può essere «clean label» senza essere biologico, e viceversa.
Perché il «clean label» si affermerà nel settore agroalimentare nel 2026
La tendenza del «clean label» non è una moda passeggera. È sostenuta da segnali strutturali convergenti che riguardano sia la domanda dei consumatori, sia il quadro normativo, sia le dinamiche competitive.
I settori dell’industria agroalimentare più interessati dal “clean label”
Il “clean label” riguarda l’intero settore alimentare, ma alcuni settori sono in prima linea a causa della loro esposizione agli additivi e della sensibilità dei loro consumatori.
Il settore della panificazione industriale è quello più avanzato nell’adozione dell’approccio “clean label”. Secondo Data Bridge Market Research, il segmento della panificazione ha dominato il mercato del «clean label» nel 2024, trainato da una domanda sostenuta di pane e prodotti da forno senza additivi con elenchi di ingredienti semplici. Per approfondire il tema delle attrezzature di produzione nella panificazione industriale, consultate la nostra guida sulla panificazione industriale: fornitori e ottimizzazione.
Come adattare la propria linea di produzione a un approccio “clean label”
La transizione verso il “clean label” non si limita all’eliminazione di alcuni additivi. Si tratta di un processo strutturato in 4 fasi che coinvolge la ricerca e sviluppo, gli acquisti, la produzione e la qualità.
Mappare tutti gli additivi presenti e classificarli in base alla percezione dei consumatori (rosso/arancione/verde). Tale verifica deve basarsi sui database dell’EFSA e sui riscontri sul campo dei team commerciali.
Sostituire un conservante chimico con una soluzione naturale (aceto, estratti di rosmarino, fermenti) richiede diverse iterazioni. Fornitori come Ingredion, Cargill o Kerry Group hanno sviluppato gamme specifiche di ingredienti «clean label».
L’eliminazione di un emulsionante può richiedere l’adeguamento dei parametri di produzione: tempo di impasto, temperatura di cottura, confezionamento, data di scadenza. Le attrezzature svolgono un ruolo diretto: uno stampo con prestazioni termiche certificate determina la riproducibilità del prodotto riformulato. Consulta la nostra guida sulle attrezzature professionali per pasticceria.
Tripla validazione: organolettica (gusto, consistenza, aspetto), microbiologica (conservazione entro la data di scadenza) e normativa (etichettatura conforme alle norme INCO). È necessario un progetto pilota industriale della durata di alcune settimane prima del lancio su larga scala.
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Le sfide concrete della transizione verso il “clean label” per le aziende del settore
L’approccio “clean label” è auspicabile dal punto di vista commerciale e strategico. Tuttavia, comporta difficoltà tecniche ed economiche concrete che i team di ricerca e sviluppo e di produzione devono anticipare.
I conservanti artificiali prolungano il termine di conservazione. Le alternative naturali (acidificanti vegetali, fermenti, atmosfera modificata) sono spesso insufficienti a mantenere termini di conservazione identici. Parallelamente, occorre ripensare la logistica.
Gli ingredienti naturali sono strutturalmente più costosi e il loro approvvigionamento è più variabile (stagionalità, condizioni meteorologiche). La transizione verso il «clean label» comporta quasi sistematicamente un aumento del costo delle materie prime.
Ciò che funziona in fase pilota di ricerca e sviluppo non sempre funziona a pieno regime. La regolarità della fermentazione o la stabilità termica delle attrezzature diventano variabili critiche una volta eliminati gli additivi stabilizzanti.
Sostituire il nome chimico di un additivo con un nome di origine vegetale senza modificarne la funzione reale è una pratica sempre più individuata dalle app di valutazione. La trasparenza deve essere autentica, non solo di facciata.
📌 Buono a sapersi: L’attuazione di un approccio «clean label» di successo si basa su una stretta collaborazione con i fornitori di attrezzature. Un forno con regolarità termica certificata o uno stampo dalle prestazioni stabili su migliaia di cicli condiziona direttamente la riproducibilità del prodotto riformulato. Il nostro articolo sulla panificazione industriale approfondisce queste sfide per il settore BVP.
Sintesi: approccio “clean label” nell’industria agroalimentare
Firas Bouatay
Traffic Manager, Maé Innovation
Specialista in acquisizione digitale e performance search, Firas Bouatay affianca Maé Innovation nella sua strategia SEO e Google Ads. Lavora quotidianamente con i team tecnici e commerciali dell’azienda su tematiche relative all’industria agroalimentare, alle attrezzature di produzione e alle apparecchiature professionali per il settore BVP e l’IAA.
FAQ: il «clean label» nel settore agroalimentare
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