Un francese su due legge ormai le etichette. Il 93% delle aziende del settore ne ha fatto una priorità. Questa guida vi fornisce gli strumenti per comprendere il concetto di “clean label” e adattare la vostra linea di produzione senza compromettere né la qualità né la redditività.

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📅 9 luglio 2026 · Di Firas Bouatay

Mercato europeo 2025
13,98 miliardi di dollari
Ingredienti clean label
Fonte: Fortune Business Insights
Crescita in Europa
+5,85%
CAGR previsto 2026-2034
Fonte: Fortune Business Insights
Professionisti del settore alimentare
93%
Considerano la riformulazione
una priorità assoluta
Consumatori francesi
1/2
Leggono le etichette
prima dell’acquisto (2026)

Che cos’è il «clean label»? Definizione e ambito di applicazione

Il termine clean label è nato negli anni 2000 nel Regno Unito, spinto dalla pressione esercitata dai distributori e dalle ONG sulla trasparenza delle ricette industriali. Letteralmente, un “clean label” indica un prodotto i cui ingredienti sono semplici, naturali e facilmente riconoscibili dal consumatore. In pratica, ciò si traduce in elenchi di ingredienti brevi, nell’eliminazione di additivi artificiali, coloranti sintetici e aromi di sintesi, nonché nell’assenza dei controversi “codici E”.

È importante sottolineare che non esiste una definizione normativa ufficiale del “clean label” a livello europeo. Infatti, il termine non è disciplinato dalla normativa, il che spiega sia il suo successo di marketing sia le derive di “cleanwashing” che può generare. Inoltre, applicazioni come Yuka o Open Food Facts hanno reso popolare la lettura delle etichette tra il grande pubblico, il che ha notevolmente accelerato la pressione sui produttori.

📌 Definizione operativa: Nella pratica industriale, il «clean label» comprende tre aspetti: un elenco di ingredienti ridotto (sia in numero che in complessità), l’utilizzo di ingredienti «da cucina» riconoscibili anche da un non esperto e l’assenza di additivi controversi, indipendentemente dalla loro origine. Non si tratta di una certificazione, ma di una promessa.

Clean label, naturale e biologico: quali differenze?

Questi tre concetti vengono spesso confusi, ma si riferiscono a realtà distinte. Il biologico è una certificazione regolamentata (Agricoltura Biologica, AB) che riguarda il metodo di produzione. Il naturale è un’indicazione non regolamentata in Europa. Il clean label si concentra sulla trasparenza e sulla leggibilità dell’etichetta, indipendentemente dal metodo di produzione. Un prodotto può essere «clean label» senza essere biologico, e viceversa.

Perché il «clean label» si affermerà nel settore agroalimentare nel 2026

La tendenza del «clean label» non è una moda passeggera. È sostenuta da segnali strutturali convergenti che riguardano sia la domanda dei consumatori, sia il quadro normativo, sia le dinamiche competitive.

Segnale 1
👥

Pressione dei consumatori

1 su 2

francesi legge le etichette prima di acquistare. Il 79% ritiene che la propria alimentazione rappresenti un rischio per la salute.

Segnale 2
📈

Mercato in forte crescita

13,98 miliardi di dollari

Mercato europeo del «clean label» nel 2025, CAGR previsto del +5,85% fino al 2034. (Fortune Business Insights)

Segnale 3
⚖️

Pressione normativa dell’EFSA

+2 anni

Periodo di anticipo raccomandato prima delle revisioni normative dell’EFSA sugli additivi controversi.

Segnale 4
💰

Impatto commerciale dimostrato

93 %

I professionisti del settore IAA considerano la riformulazione una priorità assoluta.

I settori dell’industria agroalimentare più interessati dal “clean label”

Il “clean label” riguarda l’intero settore alimentare, ma alcuni settori sono in prima linea a causa della loro esposizione agli additivi e della sensibilità dei loro consumatori.

Settore dell’industria alimentare Additivi maggiormente interessati Pressione del «clean label»
Panificazione industriale Emulsionanti (E471, E472), conservanti (E282), miglioratori Molto elevata
Prodotti lattiero-caseari Stabilizzanti, addensanti, coloranti Molto elevata
Piatti pronti Esaltatori di sapidità (E621), conservanti, correttori di acidità Elevata
Dolciumi / snack Coloranti sintetici, aromi artificiali Elevata
Salumi Nitriti (E249, E250), fosfati, conservanti Elevata

Il settore della panificazione industriale è quello più avanzato nell’adozione dell’approccio “clean label”. Secondo Data Bridge Market Research, il segmento della panificazione ha dominato il mercato del «clean label» nel 2024, trainato da una domanda sostenuta di pane e prodotti da forno senza additivi con elenchi di ingredienti semplici. Per approfondire il tema delle attrezzature di produzione nella panificazione industriale, consultate la nostra guida sulla panificazione industriale: fornitori e ottimizzazione.

Come adattare la propria linea di produzione a un approccio “clean label”

La transizione verso il “clean label” non si limita all’eliminazione di alcuni additivi. Si tratta di un processo strutturato in 4 fasi che coinvolge la ricerca e sviluppo, gli acquisti, la produzione e la qualità.

1
Verifica della ricetta e identificazione degli additivi da eliminare

Mappare tutti gli additivi presenti e classificarli in base alla percezione dei consumatori (rosso/arancione/verde). Tale verifica deve basarsi sui database dell’EFSA e sui riscontri sul campo dei team commerciali.

2
Riformulazione e approvvigionamento di ingredienti naturali

Sostituire un conservante chimico con una soluzione naturale (aceto, estratti di rosmarino, fermenti) richiede diverse iterazioni. Fornitori come Ingredion, Cargill o Kerry Group hanno sviluppato gamme specifiche di ingredienti «clean label».

3
Adattamento del processo di produzione

L’eliminazione di un emulsionante può richiedere l’adeguamento dei parametri di produzione: tempo di impasto, temperatura di cottura, confezionamento, data di scadenza. Le attrezzature svolgono un ruolo diretto: uno stampo con prestazioni termiche certificate determina la riproducibilità del prodotto riformulato. Consulta la nostra guida sulle attrezzature professionali per pasticceria.

4
Convalida della qualità e test sui consumatori

Tripla validazione: organolettica (gusto, consistenza, aspetto), microbiologica (conservazione entro la data di scadenza) e normativa (etichettatura conforme alle norme INCO). È necessario un progetto pilota industriale della durata di alcune settimane prima del lancio su larga scala.

State adeguando il vostro processo a un approccio “clean label”?

Maé Innovation produce in Francia stampi professionali Silmaé e Fibermaé per le aziende del settore agroalimentare.

Le sfide concrete della transizione verso il “clean label” per le aziende del settore

L’approccio “clean label” è auspicabile dal punto di vista commerciale e strategico. Tuttavia, comporta difficoltà tecniche ed economiche concrete che i team di ricerca e sviluppo e di produzione devono anticipare.

⏳ Termine di conservazione ridotto

I conservanti artificiali prolungano il termine di conservazione. Le alternative naturali (acidificanti vegetali, fermenti, atmosfera modificata) sono spesso insufficienti a mantenere termini di conservazione identici. Parallelamente, occorre ripensare la logistica.

💸 Costo degli ingredienti naturali

Gli ingredienti naturali sono strutturalmente più costosi e il loro approvvigionamento è più variabile (stagionalità, condizioni meteorologiche). La transizione verso il «clean label» comporta quasi sistematicamente un aumento del costo delle materie prime.

🔁 Riproducibilità industriale

Ciò che funziona in fase pilota di ricerca e sviluppo non sempre funziona a pieno regime. La regolarità della fermentazione o la stabilità termica delle attrezzature diventano variabili critiche una volta eliminati gli additivi stabilizzanti.

⚠️ Rischio di «cleanwashing»

Sostituire il nome chimico di un additivo con un nome di origine vegetale senza modificarne la funzione reale è una pratica sempre più individuata dalle app di valutazione. La trasparenza deve essere autentica, non solo di facciata.

📌 Buono a sapersi: L’attuazione di un approccio «clean label» di successo si basa su una stretta collaborazione con i fornitori di attrezzature. Un forno con regolarità termica certificata o uno stampo dalle prestazioni stabili su migliaia di cicli condiziona direttamente la riproducibilità del prodotto riformulato. Il nostro articolo sulla panificazione industriale approfondisce queste sfide per il settore BVP.

Sintesi: approccio “clean label” nell’industria agroalimentare

Fase Azione chiave Punto di attenzione
Audit delle ricette Mappare gli additivi in base al livello di percezione Non limitarsi agli additivi vietati dalla normativa
Riformulazione Approvvigionamento di ingredienti naturali, test pilota di ricerca e sviluppo Data di scadenza, costo delle materie prime, caratteristiche sensoriali da mantenere
Adattamento del processo Revisione dei parametri di produzione e delle attrezzature Riproducibilità ad alta cadenza
Convalida della qualità Test organolettici, microbiologici e normativi Progetto pilota industriale prima dell’implementazione
Comunicazione Ridisegno dell’etichetta, messa in risalto dei benefici Evitare il «cleanwashing», attenersi ai fatti

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Firas Bouatay

Traffic Manager, Maé Innovation

Specialista in acquisizione digitale e performance search, Firas Bouatay affianca Maé Innovation nella sua strategia SEO e Google Ads. Lavora quotidianamente con i team tecnici e commerciali dell’azienda su tematiche relative all’industria agroalimentare, alle attrezzature di produzione e alle apparecchiature professionali per il settore BVP e l’IAA.

FAQ: il «clean label» nel settore agroalimentare

Che cos’è il «clean label» nel settore agroalimentare?
Il «clean label» indica un approccio alla formulazione che privilegia elenchi di ingredienti brevi, riconoscibili e privi di additivi artificiali controversi. Non si tratta di una certificazione regolamentata, ma di uno standard di fatto sostenuto dalle aspettative dei consumatori e dalla pressione dei distributori. In pratica, un prodotto “clean label” utilizza ingredienti “da cucina” che chiunque può identificare senza una formazione tecnica.
Quali ingredienti sono incompatibili con il «clean label»?
Gli ingredienti più incompatibili con un approccio «clean label» sono i coloranti sintetici (tartrazina E102, rosso allura E129), gli esaltatori di sapidità (glutammato E621), i nitriti (E250) nei salumi, gli emulsionanti sintetici (E471, E472) e i conservanti chimici (benzoato di sodio E211, propionato di calcio E282). Questi additivi sono legali ma molto mal visti dai consumatori e dalle applicazioni di valutazione nutrizionale.
Come adattare la propria ricetta al «clean label» senza perdere in qualità?
Una transizione di successo verso il «clean label» passa attraverso un’analisi degli additivi presenti, una riformulazione graduale con ingredienti naturali funzionali (estratti vegetali, fermenti, amidi nativi) e test iterativi su scala pilota. La chiave è non voler cambiare tutto in una volta: una riformulazione per fasi, partendo dagli additivi più controversi, permette di mantenere la qualità sensoriale controllando al contempo i costi e i rischi relativi alla data di scadenza.
Quali sono i settori più all’avanguardia in materia di clean label?
La panificazione industriale è il settore più avanzato: secondo i dati di Data Bridge Market Research, è il segmento che ha dominato il mercato del «clean label» nel 2024. Seguono a ruota i prodotti lattiero-caseari e le bevande. I piatti pronti e i salumi sono in ritardo a causa dei vincoli tecnici più complessi relativi alla data di scadenza e alla sicurezza microbiologica.
Il “clean label” è un obbligo normativo?
No, il “clean label” non è un obbligo normativo. Non esiste una definizione ufficiale né una certificazione disciplinata dalla normativa europea o francese. Tuttavia, la pressione normativa su alcuni additivi si sta intensificando: l’EFSA rivaluta regolarmente le autorizzazioni e diversi coloranti sintetici sono oggetto di un monitoraggio rafforzato. Anticipare questi sviluppi normativi è quindi un motivo in più per avviare in modo proattivo un percorso “clean label”.

State industrializzando un prodotto riformulato secondo i principi del «clean label»?

Maé Innovation affianca le aziende del settore agroalimentare nella scelta delle attrezzature di produzione. Stampi Silmaé (silicone alimentare) e Fibermaé (fibra di vetro), prodotti in Francia, certificati per uso alimentare secondo gli standard UE e USA.

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